Memento Mori

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il-cuore-rivelatore:

C’era qualcuno dentro. 
C’è un anedotto su questa imbarcazione, da cui lo scrittore rumeno A. Talàstima ha preso spunto per un racconto. Se ne hai voglia e hai la vista buona leggilo pure, io ci aggiungo la colonna sonora: ♫ ♫ ♫

C’era qualcuno dentro.
I vecchi che nel pomeriggio stavano seduti sulla banchina, a riscaldare le loro ossa al sole con una canna da pesca in mano, se ne sono già andati. Sul quel molo poco frequentato, appena fuori città, si muovono adesso il buio e l’umido, e tre ragazzi che hanno deciso di provare a salire su quella nave ferma lì ormai da qualche tempo. E’, evidentemente, una di quelle imbarcazioni che certi armatori tengono in mare finché riescono a stare a galla, come facevano quei padroni che portavano i cavalli da tiro allo stremo, sino a quando crollavano a terra, il cuore stroncato dallo sforzo. E come i cavalli o i buoi morti tirando un aratro conficcato nella terra diventano solo carne da macello, così succede alle navi che non riescono più a solcare il mare: se non affondano, vengono trascinate sino al porto più vicino per essere smantellate, cumuli di ferro senza vita in attesa di rottamazione. Quella nave ancorata al molo, piegata su un fianco, è morta in viaggio. Viaggiando chissà da dove per dove, ha trovato nel molo di ponente di Cagliari la sua ultima fermata, e i tre ragazzi la credono abbandonata. Curiosi, attratti come bambini dall’idea di salire su quella specie di relitto fantasma e, probabilmente, un po’ ubriachi, saltano direttamente dalla banchina sul ponte della nave, l’uno dopo l’altro, rischiando di cadere nello stretto spazio tra lo scafo e il molo. Una volta sopra l’inclinazione è forte, un eterno rollio a sinistra. Si muovono divertiti, come su uno scivolo, appoggiandosi ogni tanto alle pareti di ferro per non cadere. Entrano nel vecchio ponte di comando: se fossero soli, non resisterebbero alla tentazione di impugnare il timone e immaginarsi nei panni di personaggi come il capitano di Conrad, in “Tifone”. Poi passano agli altri ambienti, scendendo infine sottocoperta, nelle cabine. La nave non è ancora completamente spoglia: sparse in giro sono rimaste, abbandonate, delle cose senza valore. Decidono di prenderne alcune, oggetti anonimi che diventeranno per un po’ di tempo un loro ricordo personale prima di essere abbandonati di nuovo; soprammobili esotico- kitsch per arredare le loro camere e testimonianza della spedizione da mostrare agli amici, l’indomani. In una stanza con un tavolo inchiodato al pavimento ci sono alcuni giornali, del cibo in scatola e alcune bottiglie di liquore. Tutte le scritte sono in alfabeto cirillico, o almeno così credono, ma non serve saper leggere l’etichetta per capire che il liquore è, indiscutibilmente, vodka. In una cuccetta col letto sfatto c’ è ancora un libro, forse un manuale forse un romanzo di chissà quale autore, e una rivista per la quale ancora non serve essere un linguista, è, indiscutibilmente, una rivista porno. Mentre sfoglia alcune pagine, M——. propone la traduzione letteraria e fonetica dei testi che accompagnano le foto di quelle moderne sirene rivolte ai marinai in pose provocanti, oscene. L’idea provoca l’ilarità dei compagni ed evidentemente, anche troppo baccano: All’improvviso si sente un rumore come di qualcosa che cade e poco dopo dei passi, nel corridoio. I tre fanno appena in tempo ad uscire dalla cuccetta per vedere, prima di rivolgergli la schiena e mettersi a correre verso l’uscita, il profilo indistinto di un uomo che tiene qualcosa in mano, forse solo un bastone di scopa, forse una spranga di ferro. Tutto dura pochi secondi: i ragazzi si accalcano sulla scaletta e scappano, sbattendo a destra e a sinistra, mentre l’uomo dietro di loro urla, urla frasi in una lingua che non capiscono.
Soltanto dopo un’ora, ormai sul Belvedere dall’altra parte della città dove incontrano gli amici, ormai passato lo spavento e l’adrenalina, cominciano a pensare che quell’uomo ha avuto più paura di loro. Capiscono che un paio di volte avrebbe potuto raggiungerli e colpirli alle spalle. Invece si è tenuto indietro, urlava e picchiava il bastone sulle pareti e sul pavimento, come se tentasse di allontanarli facendo chiasso, come se loro fossero degli animali feroci e lui un uomo terrorizzato dalla paura di essere morso.Tra una birra e l’altra, il marinaio che vive nel relitto diventa l’argomento della serata.Ormai inutile su una nave ferma, forse il resto dell’equipaggio è tornato a casa o è già imbarcato su un’altra carretta. Ma anche se la nave è ferma a bordo c’è ancora la radio, i motori. Anche il ferro vecchio vale qualcosa, e l’armatore tutela i suoi interessi. Qualcuno deve aver accettato di restare ancora su quella nave piegata su un fianco, lontano da casa, a fare il custode.“Ma come cazzo fa a vivere là dentro?” Forse non li ha sentiti salire perché stava dormendo, ma come dorme? Il letto è saldato al pavimento nel senso dell’inclinazione? Oppure rischia di sbattere al muro o cadere dalla branda ogni volta che si rigira d’impeto, nel sonno? Si siede a mangiare su quel tavolo inclinato, con la minestra che gli salta fuori dal piatto? Mentre accende una sigaretta condita di marijuana S——— fa notare con un mezzo sorriso che, poggiato davanti al piatto un bicchiere e riempitolo sino a traboccare, per quell’uomo il bicchiere sarà, sempre, un bicchiere mezzo vuoto.Verdemaria piena di boccioli ispiratrice di risate bagnata di birra, li scopre tutt’a un tratto, divertiti, a pensare che il guardiano della barca è, in effetti, l’incarnazione di una metafora. Che per descrivere quella vita si potrebbero usare alcune frasi fatte, dei modi di dire, con il loro significato letterale. E fra risate drogate, elencano:
E’ un uomo che conduce un’esistenza sempre in bilico, che vive in una situazione di equilibrio precario, in un mondo pieno di storture, che non può raddrizzare le cose, lui stesso non può raddrizzarsi, e camminare eretto, è un uomo piegato dalla vita.
“Io al suo posto non vivrei mai così” dice qualcuno, qualcuno “forse per poco tempo e un fracco di soldi, ma per quella barca di merda lì figurati, se gli va bene ci diventa scemo poi gli danno una miseria”, e “Ma chi cazzo glielo lo fa fare, me ne sarei già andato”, e “poteva accettare solo un coglione, forse era una specie di scemo del villaggio, lo scemo dell’equipaggio”. Ma intanto nella bocca di qualcuno, la birra e il fumo cominciano a prendere un sapore molto, molto amaro.
M——- , che viene dal Sulcis, pensa in silenzio a casa sua, a suo padre che a quest’ora probabilmente è già a letto che dorme. Pensa al padre minatore che ha passato metà della sua vita sottoterra. Che ha vissuto al buio come una specie di animale delle grotte, scavando cunicoli come una talpa. Da bambino a volte lo vedeva calarsi nei pozzi prima del sorgere del sole e ricomparire la sera, pallido e affamato, manco fosse un vampiro. Come quelli che aveva visto una volta in un film alla televisione. Chi cazzo gliel’ha fatto fare? Il lavoro del nonno non pagava più, e loro pagavano bene. Era giovane, si sentiva forte. Scendeva sottoterra e quando risaliva si costruiva la casa dove sarebbe andato a vivere assieme alla ragazza di cui si era innamorato. I soldi bastavano. Si è sposato e ha messo su famiglia, nel tempo libero. Adesso sta seduto su una sedia quasi tutto il giorno. Ogni tanto apre la bocca come un pesce tirato sulla sabbia, cercando di respirare. Adesso è pensionato, e paga l’università del figlio con la sua pensione per Silicosi. Alla miniera non son bastate tutte quelle ore trascorse nel suo ventre, il suo sudore, neanche l’amore-odio che alla fine confessava di provare per lei, e si è presa i suoi polmoni. Ma quelli, non credeva di averli messi in vendita. Tra la gente del paese, c’è pure qualcuno che riesce a invidiarli, per quei soldi, “ Ah, loro stanno bene, il padre ha la Silicosi, quella sì che è una bella pensione”, se si potesse davvero, a M piacerebbe potergliela offrire in cambio della loro salute. Chissà poi se accetterebbero.G—— pensa invece a Fabio, un suo amico. Sono passate solo due settimane: In una raffineria a meno di un’ora da Cagliari, su un tratto di costa ora anonimo e grigio ma che gli anziani ricordano ancora con i colori del paradiso, tre uomini sono morti. Dentro un serbatoio. Dovevano entrare a pulirlo, lavoro in appalto ad azienda esterna, operazione di routine. Il gas non doveva esserci. Appena il tempo di affacciarsi e il primo è svenuto cadendo dentro il serbatoio, morto legato a una corda di sicurezza diventata pesante e inutile, tenuta stretta dalle mani di un collega che chiamava aiuto.Il secondo era un padre di famiglia. Ha sentito le urla e si è gettato lì dentro per aiutarlo, morendo soffocato come il primo. Il terzo aveva una maschera. L’ ha indossata ed è entrato per tirarli fuori, ed è morto quasi subito anche lui. Tre corpi senza vita, tre uomini morti, a riempire una cisterna che evidentemente non era vuota come doveva essere. Qualcosa c’era, lì dentro . Uno dei tre era il fratello maggiore di Fabio. “Un tragico incidente”, hanno detto. Fabio piangeva, tra il dolore e la rabbia piangevano in molti tra familiari, conoscenti e operai, chi senza più controllo e squassato dai singhiozzi chi con la faccia dura, le lacrime che sembravano uscite per conto loro, senza permesso. “Non è possibile che si muoia così”, dicevano.
Forza lavoro, è questo il nome con cui vengono chiamati a volte gli uomini che offrono le loro braccia, il loro tempo, il loro sudore. E’ un nome che richiama qualcosa di animale, come la forza dei buoi, dei cavalli da tiro. Ma anche qualcosa di astratto, di impersonale. Una semplice merce da acquistare, e che abbia un nome e un cognome non fa nessuna differenza, per chi compra sul mercato del lavoro a prezzi di ribasso. Molti fra i ragazzi seduti a parlare quella notte avevano già pensato di partire almeno una volta; un giorno si ritroveranno soli come quel marinaio, in un paese che non è il loro? Forse per qualcuno diventeranno degli uomini sacrificabili come quei marinai, pagati per viaggiare su una carretta che potrebbe colare a picco alla prima onda. Forse saranno considerati carne da macello anche loro. E ognuno di loro ha almeno un amico che è già andato via, partito per trovare un lavoro che sembrava impossibile trovare qua. A nord, sembra che si debba andare verso quella parte. Alcuni sono contenti, non tornerebbero indietro. Alcuni ora lavorano ma in fondo stanno male. Non riescono ad abituarsi, non riescono a tornare, e la nostalgia gli rode dentro; “Qui c’è sempre freddo”, dicono.
Anche se è piena estate, c’è freddo anche al belvedere adesso. Oggi stranamente non c’è vento e la notte tardi l’umidità scende come un velo trasparente e bagnato, e ti si poggia sulla schiena. I ragazzi se ne vanno, uno ad uno. “Al nord le temperature sono più basse, però quello è un freddo secco. Questo invece ti entra nelle ossa. A noi è l’umido che ci frega.”

il-cuore-rivelatore:

C’era qualcuno dentro. 

C’è un anedotto su questa imbarcazione, da cui lo scrittore rumeno A. Talàstima ha preso spunto per un racconto. Se ne hai voglia e hai la vista buona leggilo pure, io ci aggiungo la colonna sonora: ♫ ♫ ♫

C’era qualcuno dentro.

I vecchi che nel pomeriggio stavano seduti sulla banchina, a riscaldare le loro ossa al sole con una canna da pesca in mano, se ne sono già andati. Sul quel molo poco frequentato, appena fuori città, si muovono adesso il buio e l’umido, e tre ragazzi che hanno deciso di provare a salire su quella nave ferma lì ormai da qualche tempo. 
E’, evidentemente, una di quelle imbarcazioni che certi armatori tengono in mare finché riescono a stare a galla, come facevano quei padroni che portavano i cavalli da tiro allo stremo, sino a quando crollavano a terra, il cuore stroncato dallo sforzo. E come i cavalli o i buoi morti tirando un aratro conficcato nella terra diventano solo carne da macello, così succede alle navi che non riescono più a solcare il mare: se non affondano, vengono trascinate sino al porto più vicino per essere smantellate, cumuli di ferro senza vita in attesa di rottamazione. 
Quella nave ancorata al molo, piegata su un fianco, è morta in viaggio. Viaggiando chissà da dove per dove, ha trovato nel molo di ponente di Cagliari la sua ultima fermata, e i tre ragazzi la credono abbandonata. Curiosi, attratti come bambini dall’idea di salire su quella specie di relitto fantasma e, probabilmente, un po’ ubriachi, saltano direttamente dalla banchina sul ponte della nave, l’uno dopo l’altro, rischiando di cadere nello stretto spazio tra lo scafo e il molo. Una volta sopra l’inclinazione è forte, un eterno rollio a sinistra. Si muovono divertiti, come su uno scivolo, appoggiandosi ogni tanto alle pareti di ferro per non cadere. Entrano nel vecchio ponte di comando: se fossero soli, non resisterebbero alla tentazione di impugnare il timone e immaginarsi nei panni di personaggi come il capitano di Conrad, in “Tifone”. Poi passano agli altri ambienti, scendendo infine sottocoperta, nelle cabine. La nave non è ancora completamente spoglia: sparse in giro sono rimaste, abbandonate, delle cose senza valore. Decidono di prenderne alcune, oggetti anonimi che diventeranno per un po’ di tempo un loro ricordo personale prima di essere abbandonati di nuovo; soprammobili esotico- kitsch per arredare le loro camere e testimonianza della spedizione da mostrare agli amici, l’indomani. 
In una stanza con un tavolo inchiodato al pavimento ci sono alcuni giornali, del cibo in scatola e alcune bottiglie di liquore. Tutte le scritte sono in alfabeto cirillico, o almeno così credono, ma non serve saper leggere l’etichetta per capire che il liquore è, indiscutibilmente, vodka. In una cuccetta col letto sfatto c’ è ancora un libro, forse un manuale forse un romanzo di chissà quale autore, e una rivista per la quale ancora non serve essere un linguista, è, indiscutibilmente, una rivista porno. Mentre sfoglia alcune pagine, M——. propone la traduzione letteraria e fonetica dei testi che accompagnano le foto di quelle moderne sirene rivolte ai marinai in pose provocanti, oscene. L’idea provoca l’ilarità dei compagni ed evidentemente, anche troppo baccano: All’improvviso si sente un rumore come di qualcosa che cade e poco dopo dei passi, nel corridoio. I tre fanno appena in tempo ad uscire dalla cuccetta per vedere, prima di rivolgergli la schiena e mettersi a correre verso l’uscita, il profilo indistinto di un uomo che tiene qualcosa in mano, forse solo un bastone di scopa, forse una spranga di ferro. Tutto dura pochi secondi: i ragazzi si accalcano sulla scaletta e scappano, sbattendo a destra e a sinistra, mentre l’uomo dietro di loro urla, urla frasi in una lingua che non capiscono.

Soltanto dopo un’ora, ormai sul Belvedere dall’altra parte della città dove incontrano gli amici, ormai passato lo spavento e l’adrenalina, cominciano a pensare che quell’uomo ha avuto più paura di loro. Capiscono che un paio di volte avrebbe potuto raggiungerli e colpirli alle spalle. Invece si è tenuto indietro, urlava e picchiava il bastone sulle pareti e sul pavimento, come se tentasse di allontanarli facendo chiasso, come se loro fossero degli animali feroci e lui un uomo terrorizzato dalla paura di essere morso.
Tra una birra e l’altra, il marinaio che vive nel relitto diventa l’argomento della serata.
Ormai inutile su una nave ferma, forse il resto dell’equipaggio è tornato a casa o è già imbarcato su un’altra carretta. Ma anche se la nave è ferma a bordo c’è ancora la radio, i motori. Anche il ferro vecchio vale qualcosa, e l’armatore tutela i suoi interessi. Qualcuno deve aver accettato di restare ancora su quella nave piegata su un fianco, lontano da casa, a fare il custode.
“Ma come cazzo fa a vivere là dentro?” 
Forse non li ha sentiti salire perché stava dormendo, ma come dorme? Il letto è saldato al pavimento nel senso dell’inclinazione? Oppure rischia di sbattere al muro o cadere dalla branda ogni volta che si rigira d’impeto, nel sonno? Si siede a mangiare su quel tavolo inclinato, con la minestra che gli salta fuori dal piatto? 
Mentre accende una sigaretta condita di marijuana S——— fa notare con un mezzo sorriso che, poggiato davanti al piatto un bicchiere e riempitolo sino a traboccare, per quell’uomo il bicchiere sarà, sempre, un bicchiere mezzo vuoto.
Verdemaria piena di boccioli ispiratrice di risate bagnata di birra, li scopre tutt’a un tratto, divertiti, a pensare che il guardiano della barca è, in effetti, l’incarnazione di una metafora. Che per descrivere quella vita si potrebbero usare alcune frasi fatte, dei modi di dire, con il loro significato letterale
E fra risate drogate, elencano:

E’ un uomo che conduce un’esistenza sempre in bilico, che vive in una situazione di equilibrio precario, in un mondo pieno di storture, che non può raddrizzare le cose, lui stesso non può raddrizzarsi, e camminare eretto, è un uomo piegato dalla vita.

“Io al suo posto non vivrei mai così” dice qualcuno, qualcuno “forse per poco tempo e un fracco di soldi, ma per quella barca di merda lì figurati, se gli va bene ci diventa scemo poi gli danno una miseria”, e “Ma chi cazzo glielo lo fa fare, me ne sarei già andato”, e “poteva accettare solo un coglione, forse era una specie di scemo del villaggio, lo scemo dell’equipaggio”. 
Ma intanto nella bocca di qualcuno, la birra e il fumo cominciano a prendere un sapore molto, molto amaro.

M——- , che viene dal Sulcis, pensa in silenzio a casa sua, a suo padre che a quest’ora probabilmente è già a letto che dorme. Pensa al padre minatore che ha passato metà della sua vita sottoterra. Che ha vissuto al buio come una specie di animale delle grotte, scavando cunicoli come una talpa. Da bambino a volte lo vedeva calarsi nei pozzi prima del sorgere del sole e ricomparire la sera, pallido e affamato, manco fosse un vampiro. Come quelli che aveva visto una volta in un film alla televisione. 
Chi cazzo gliel’ha fatto fare? Il lavoro del nonno non pagava più, e loro pagavano bene. Era giovane, si sentiva forte. Scendeva sottoterra e quando risaliva si costruiva la casa dove sarebbe andato a vivere assieme alla ragazza di cui si era innamorato. I soldi bastavano. Si è sposato e ha messo su famiglia, nel tempo libero. Adesso sta seduto su una sedia quasi tutto il giorno. Ogni tanto apre la bocca come un pesce tirato sulla sabbia, cercando di respirare. Adesso è pensionato, e paga l’università del figlio con la sua pensione per Silicosi. Alla miniera non son bastate tutte quelle ore trascorse nel suo ventre, il suo sudore, neanche l’amore-odio che alla fine confessava di provare per lei, e si è presa i suoi polmoni. Ma quelli, non credeva di averli messi in vendita. Tra la gente del paese, c’è pure qualcuno che riesce a invidiarli, per quei soldi, “ Ah, loro stanno bene, il padre ha la Silicosi, quella sì che è una bella pensione”, se si potesse davvero, a M piacerebbe potergliela offrire in cambio della loro salute. Chissà poi se accetterebbero.
G—— pensa invece a Fabio, un suo amico. Sono passate solo due settimane: In una raffineria a meno di un’ora da Cagliari, su un tratto di costa ora anonimo e grigio ma che gli anziani ricordano ancora con i colori del paradiso, tre uomini sono morti. Dentro un serbatoio. Dovevano entrare a pulirlo, lavoro in appalto ad azienda esterna, operazione di routine. Il gas non doveva esserci. 
Appena il tempo di affacciarsi e il primo è svenuto cadendo dentro il serbatoio, morto legato a una corda di sicurezza diventata pesante e inutile, tenuta stretta dalle mani di un collega che chiamava aiuto.
Il secondo era un padre di famiglia. Ha sentito le urla e si è gettato lì dentro per aiutarlo, morendo soffocato come il primo. Il terzo aveva una maschera. L’ ha indossata ed è entrato per tirarli fuori, ed è morto quasi subito anche lui. Tre corpi senza vita, tre uomini morti, a riempire una cisterna che evidentemente non era vuota come doveva essere. Qualcosa c’era, lì dentro . 
Uno dei tre era il fratello maggiore di Fabio. “Un tragico incidente”, hanno detto. Fabio piangeva, tra il dolore e la rabbia piangevano in molti tra familiari, conoscenti e operai, chi senza più controllo e squassato dai singhiozzi chi con la faccia dura, le lacrime che sembravano uscite per conto loro, senza permesso. “Non è possibile che si muoia così”, dicevano.

Forza lavoro, è questo il nome con cui vengono chiamati a volte gli uomini che offrono le loro braccia, il loro tempo, il loro sudore. E’ un nome che richiama qualcosa di animale, come la forza dei buoi, dei cavalli da tiro. Ma anche qualcosa di astratto, di impersonale. Una semplice merce da acquistare, e che abbia un nome e un cognome non fa nessuna differenza, per chi compra sul mercato del lavoro a prezzi di ribasso. 
Molti fra i ragazzi seduti a parlare quella notte avevano già pensato di partire almeno una volta; un giorno si ritroveranno soli come quel marinaio, in un paese che non è il loro? Forse per qualcuno diventeranno degli uomini sacrificabili come quei marinai, pagati per viaggiare su una carretta che potrebbe colare a picco alla prima onda. Forse saranno considerati carne da macello anche loro. 
E ognuno di loro ha almeno un amico che è già andato via, partito per trovare un lavoro che sembrava impossibile trovare qua. A nord, sembra che si debba andare verso quella parte. Alcuni sono contenti, non tornerebbero indietro. Alcuni ora lavorano ma in fondo stanno male. Non riescono ad abituarsi, non riescono a tornare, e la nostalgia gli rode dentro; “Qui c’è sempre freddo”, dicono.

Anche se è piena estate, c’è freddo anche al belvedere adesso. Oggi stranamente non c’è vento e la notte tardi l’umidità scende come un velo trasparente e bagnato, e ti si poggia sulla schiena. I ragazzi se ne vanno, uno ad uno. “Al nord le temperature sono più basse, però quello è un freddo secco. Questo invece ti entra nelle ossa. A noi è l’umido che ci frega.”